Operative le prime milizie tribali filo-Usa. Ma i volontari sono tutti non pashtun

In Iraq si chiamavano ‘Consigli del Risveglio'. In Afghanistan si chiamano ‘Forze Afgane di Protezione Pubblica' (Appf). Sono le milizie tribali che, nelle intenzioni del Pentagono, dovranno combattere i talebani per conto delle truppe d'occupazione statunitensi.

Si parte da Wardak. I primi 240 miliziani delle Appf, in uniformi verdi senza stemmi - tranne un cartellino identificativo appeso al taschino - sono entrati in servizio attivo all'inizio di aprile nella provincia di Wardak, alle porte di Kabul, dopo tre settimane di addestramento ricevuto dalle forze speciali Usa nel distretto di Jalrez. Se l'esperimento avrà buon esito, il programma verrà esteso a tutto l'Afghanistan.
Il problema è che le reclute che si sono presentate volontarie per il programma ‘pilota' di Jalrez erano tutti tagichi e hazara. Di pashtun, l'etnia maggioritaria da cui provengono anche i talebani, ce n'erano veramente pochi. La ragione è che i capi tribali pahtun del distretto di Jalrez non hanno ancora deciso da che parte stare.

Le resistenze dei pashtun. A Maidan Shahr, capoluogo della provincia di Wardak - ormai quasi completamente sotto il controllo dei talebani - si susseguono da settimane riunioni, sempre più tese, tra gli ufficiali statunitensi e gli anziani pashtun. A ogni incontro, i capi tribali hanno detto ai militari Usa che la loro gente non ama i talebani, che con le loro operazioni di guerriglia rendono impossibile una vita normale nella zona, ma teme le loro rappresaglie in caso di adesione al programma Appf. Quindi hanno chiesto ogni volta più tempo per decidere. Alla quinta riunione, una settimana fa, gli anziani pashtun hanno detto di non aver ancora preso una decisione e hanno mostrato i messaggi minatori che i talebani lasciano di notte sotto le porte dei villaggi: "Rifiutate il piano americano. State con noi".

"O con noi, o contro di noi". Gli ufficiali statunitensi hanno perso la pazienza. "Noi capiamo i timori della vostra gente, ma è arrivato il momento di avere coraggio", ha detto il tenete colonnello Kimo Gallahue, delle forze speciali Usa. "Abbiamo appena dislocato in questa provincia 1.600 soldati americani, ma anche gli afgani devono rischiare la propria vita. Avevamo deciso di rivederci oggi per prendere una decisione finale. Il tempo sta scadendo". Una velata minaccia, subito esplicitata dal generale Razik, comandante locale dei servizi segreti afgani. "Vi diamo un ultima possibilità, dopodiché se non accetterete di aderire al programma, vi considereremo dalla parte dei talebani".


fonte: peacereporter

Effetti sulla salute umana degli impianti di incenerimento di rifiuti: cosa emerge dallo studio di Forlì


Abstract

Nelle popolazioni esposte alle emissioni di inquinanti provenienti da inceneritori sono stati segnalati numerosi effetti avversi sulla salute sia neoplastici che non. Fra questi ultimi si annoverano: incremento dei nati femmine e parti gemellari, incremento di malformazioni congenite, ipofunzione tiroidea, diabete, ischemie, problemi comportamentali, patologie polmonari croniche aspecifiche, bronchiti, allergie, disturbi nell’ infanzia.
Ancor più numerose e statisticamente significative sono le evidenze per quanto riguarda il cancro: segnalati aumenti di: cancro al fegato, laringe, stomaco, colon-retto, vescica, rene, mammella. Particolarmente significativa risulta l’ associazione per cancro al polmone, linfomi non Hodgkin, neoplasie infantili e soprattutto sarcomi, patologia “sentinella” dell’ inquinamento da inceneritori. Studi condotti in Francia ed in Italia hanno evidenziato inoltre conseguenze particolarmente rilevanti nel sesso femminile. I rischi per salute sopra riportati sono assolutamente ingiustificati in quanto esistono tecniche di gestione dei rifiuti, alternative all’ incenerimento, già ampiamente sperimentate e prive di effetti nocivi.

Premessa
Gli impianti di incenerimento rientrano fra le industrie insalubri di classe I in base all’articolo 216 del testo unico delle Leggi sanitarie (G.U. n. 220 del 20/09/1994 , s.o.n.129) e qualunque sia la tipologia adottata (a griglia, a letto fluido, a tamburo rotante) e qualunque sia il materiale destinato alla combustione (rifiuti urbani, tossici, ospedalieri, industriali, ecc) danno origine a diverse migliaia di sostanze inquinanti, di cui solo il 10-20% è conosciuto. La formazione di tali inquinanti dipende, oltre che dal materiale combusto, dalla mescolanza assolutamente casuale delle sostanze nei forni, dalle temperature di combustione e soprattutto dalle variazioni delle temperature stesse che si realizzano nei diversi comparti degli impianti, come è stato descritto anche recentemente (1). Fra gli inquinanti emessi dagli inceneritori possiamo distinguere le seguenti grandi categorie: Particolato - inalabile (PM10), fine (PM2.5) ed ultrafine ( inferiore a 0.1 micron) - metalli pesanti, diossine, composti organici volatili, ossidi di azoto ed ozono. Si tratta in molti casi di sostanze estremamente tossiche, persistenti, bioaccumulabili; in particolare si riscontrano: Arsenico, Berillio, Cadmio, Cromo, Nichel, Benzene,Piombo, Diossine, Dibenzofurani, Policlorobifenili, Idrocarburi Policiclici Aromatici (IPA) ecc. Le conseguenze che ciascuno di essi, a dosi anche estremamente basse, esercita sulla salute umana sono documentate da una vastissima letteratura e nuovi effetti sono stati descritti recentemente per molti di essi (2-3-4-5-6-7). Tali effetti possono essere diversi e più gravi in relazione alla predisposizione individuale e alle varie fasi della vita e sono soprattutto pericolosi per gli organismi in accrescimento, i feti e i neonati (8-9). Metalli pesanti e diossine rappresentano le due categorie più note e studiate di inquinamento prodotto da inceneritori, anche se un recente articolo (10) richiama l’ attenzione anche sulla pericolosità del particolato ultra fine che si origina dagli inceneritori. I metalli pesanti sono considerati un “tracciante” specifico dell’inquinamento di tali impianti (11): anche il recente studio “ Patos” (12) della regione Toscana - che ha raccolto e tipizzato il particolato atmosferico di diverse centraline dislocate nel territorio - attribuisce la maggior variabilità di metalli pesanti riscontrata a Montale, territorio rurale, proprio alla presenza di un impianto di incenerimento per varie tipologie di rifiuti. Arsenico, Berillio, Cadmio, Cromo, Nickel, sono cancerogeni certi (IARC 1) per polmone, vescica, rene, colon, prostata; Mercurio e Piombo sono classificati con minor evidenza dalla IARC (livello 2B) ed esplicano danni soprattutto a livello neurologico e cerebrale, con difficoltà dell’apprendimento, riduzione del quoziente intellettivo (QI), iperattività (13-14). Si calcola che ogni anno nascano negli U.S.A. da 316.000 a 637.000 bambini con un livello di mercurio nel sangue ombelicale superiore a 5,8 mcg/litro, livello che determina diminuzione significativa del Quoziente Intellettivo (Q.I.); la perdita di produttività negli U.S.A. conseguente all’aumento di popolazione con minor Q.I. è calcolato in 8,7 miliardi di $ (15). Per il Piombo si è calcolato che nel 1997 il costo per i danni sui bambini sia ammontato a ben 43.4 miliardi di dollari (16)! Per quanto riguarda le diossine gli inceneritori risultano essere la II fonte di emissione di diossine in Europa, dopo le acciaierie (17) ed una recente revisione (18) ne ha ribadito il ruolo. Le diossine, la cui tossicità si misura in picogrammi (miliardesimi di milligrammo), sono liposolubili e persistenti (tempi di dimezzamento 7-10 anni nel tessuto adiposo, da 25 a 100 anni sotto il suolo), vengono assunte per il 95% tramite la catena alimentare in quanto si accumulano in cibi quali carne, pesce, latte, latticini, compreso il latte materno, che rappresenta il veicolo in cui esse maggiormente si concentrano. La più tristemente nota è la TCDD (2,3,7,8-tetraclorodibenzo-p-dioxin) (tetraclorodibenzodiossina) che, a 20 anni dal disastro di Seveso, è stata riconosciuta nel 1997 dalla Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC) a livello I, ossia come cancerogeno certo per l’uomo ed il cui ruolo è stato anche di recente rivisitato (19). Del tutto recentemente, inoltre è stato individuato e descritto un altro possibile meccanismo di azione di queste sostanze: la formazione di enzimi atipici che interferiscono con i fisiologici meccanismi di degradazione delle proteine (20).
Le diossine, esplicano complessi effetti sulla salute umana in quanto sono in grado di legarsi ad uno specifico recettore nucleare - AhR - presente sia nell’uomo che negli animali, con funzione di fattore di trascrizione. Una volta avvenuto il legame fra TCDD e recettore con la formazione del complesso ARNT/HIF-1B, la trascrizione di numerosi geni - in particolare P4501A1 - viene alterata sia in senso di soppressione che di attivazione, con conseguente turbamento di molteplici funzioni cellulari, in particolare dell’apparato endocrino (diabete, disfunzioni tiroidee), dell’apparato riproduttivo (endometriosi, infertilità, disordini alla pubertà), del sistema immunitario e, soprattutto, con effetti oncogeni, con insorgenza soprattutto di linfomi, sarcomi, tumori dell’apparato digerente, tumori del fegato e delle vie biliari, tumori polmonari, tumori della tiroide, tumori ormono correlati quali cancro alla mammella ed alla prostata (21)

Dati di letteratura
Gli inquinanti emessi dagli inceneritori esplicano i loro effetti nocivi sulla salute delle popolazioni residenti in prossimità degli impianti o perché vengono inalati, o per contatto cutaneo, o perché, ricadendo, inquinano il territorio e quindi i prodotti dell’agricoltura e della zootecnia. Questo è il caso in particolare delle diossine. Non a caso, il Decreto Legislativo 228 del 18/05/2000 stabilisce che non sono idonee ad ospitare inceneritori le zone agricole caratterizzate per qualità e tipicità dei prodotti. In diversi paesi europei ( Olanda, Spagna, Belgio, Francia) sono state segnalate contaminazioni da diossine, specie di latte e suoi derivati, in aziende agricole poste in prossimità di tali impianti. Non va dimenticato inoltre che gli alimenti eventualmente contaminati possono essere distribuiti e consumati altrove, per cui la popolazione esposta può essere ovviamente molto più numerosa. La stima dell’esposizione di fondo (TCDD e similari) nei paesi dell’Unione Europea è compresa fra 1,2-3.0 pg/WHO TEQ/kg pro capite; tali limiti sono già ampiamenti superati in diverse realtà e, se pensiamo che l’UE raccomanda come dose massima tollerabile 2pg/TEQ/kg.day, è ovvio che qualsivoglia ulteriore esposizione porterebbe facilmente a superare ciò che la stessa Unione Europea raccomanda!

La letteratura medica segnala circa un centinaio di lavori scientifici a testimonianza dell’interesse che l’argomento riveste. Fra questi, diverse decine sono costituiti da studi epidemiologici condotti per indagare lo stato di salute delle popolazioni residenti intorno a tali impianti e/o dei lavoratori addetti e, nonostante le diverse metodologie di studio applicate ed i numerosi fattori di confondimento, sono segnalati numerosi effetti avversi sulla salute, sia neoplastici che non. Prima di esporre i dati a nostro avviso più eclatanti, appare comunque opportuno ricordare come anche di recente (22) sia stato ribadito quanto pesantemente gli interessi economici influenzino la salute pubblica e come errori negli studi epidemiologici, sia nella selezione dei casi come dei controlli, possano sottostimare le conseguenze sulla salute. Di recente questo è stato ribadito per i rischi occupazionali (23), ma non si vede perché ciò non possa anche essere vero in epidemiologia ambientale, in cui le variabili in gioco sono ancora maggiori. Gli effetti non neoplastici più segnalati sono ascrivibili soprattutto agli effetti di diossine (e più in generale degli endocrin disruptor) ed all’emissione di particolato e ossidi di azoto. Sono stati descritti: alterazione nel metabolismo degli estrogeni (24), incremento dei nati femmine e parti gemellari (25-26), incremento di malformazioni congenite (27-28), ipofunzione tiroidea, disturbi nella pubertà (29), ed anche diabete, patologie cerebrovascolari, ischemiche cardiache, problemi comportamentali, tosse persistente, bronchiti, allergie. Un ampio studio (30) condotto in Giappone ha analizzato lo stato di salute di 450.807 bambini da 6 a 12 anni della prefettura di Osaka - ove sono attivi 37 impianti di incenerimento per rifiuti solidi urbani (RSU) - ed ha evidenziato una relazione statisticamente significativa fra vicinanza della scuola all’impianto di incenerimento e sintomi quali: difficoltà di respiro, mal di testa, disturbi di stomaco, stanchezza

Ancor più numerose e statisticamente significative sono comunque le evidenze emerse per quanto il cancro e più che analizzare i singoli studi sembra più utile riportare quanto segue:
la revisione di 46 studi, selezionati in quanto condotti con particolare rigore, (31) evidenzia un incremento statisticamente significativo nei 2/3 degli studi che hanno analizzato incidenza, prevalenza, mortalità per cancro (in particolare cancro al polmone, linfomi Non Hodgkin, sarcomi, neoplasie infantili). Segnalati anche aumenti di cancro al fegato, laringe, stomaco, colon-retto, vescica, rene, mammella.
L’indagine francese “Etude d’incidence des cancers à proximité des usines d’incenèration d’ordures ménagerer” dell’Invs. Departement Santè Environnement 2006 (32) ha esaminato 135.567 casi di cancro insorti negli anni 1990-99 su 25.000.000 persone/anno residenti in prossimità di inceneritori. In questo studio è stato considerato come indicatore l’esposizione alle diossine e passando dal minor al maggior grado di esposizione si registra un aumento statisticamente significativo (p<0.05) face="Verdana">
cancro alla mammella dal +4.8% al +6.9%, linfomi dal +1.9% al +8.4, tumori al fegato dal +6.8% al +9.7%; per i sarcomi il rischio passa dal +9.1% al +13% (p=0.1).
Le neoplasie che più appaiono correlate all’esposizione ad inquinanti emessi da inceneritori sono i linfomi non Hodgkin (LNH), i tumori polmonari, le neoplasie infantili ed i sarcomi; i dati a questo riguardo saranno pertanto analizzati più in dettaglio.

Linfomi Non Hodgkin
Si tratta di patologie di cui si è registrato un preoccupante aumento sia di incidenza che di mortalità nonostante i grandi progressi registrati dal punto di vista terapeutico. Il ruolo che inquinanti - peraltro normalmente presenti nelle emissioni degli inceneritori - hanno nella loro patogenesi è stato anche di recente ribadito ( 33)
Per quanto attiene i linfomi NH, alcuni degli studi più recenti che hanno evidenziato tale relazione sono:
lo studio condotto a Besancon (34) in cui è risultato un RR di incidenza di LNH pari a 2,3 nella popolazione residente in prossimità di impianto di incenerimento per rifiuti ed il cui impatto ambientale è stato anche di recente riconsiderato (35)
alcuni studi condotti in Toscana che hanno evidenziato eccessi di mortalità in conseguenza dell'inquinamento da diossine per la presenza di inceneritori (36- 37). Questi risultati sono poi stati confermati in un’analisi condotta su 25 comuni d’Italia ove sono attivi impianti di incenerimento: da essa emerge un eccesso di mortalità in media dell’8% nel sesso maschile (38). Nel comune di Forlì ad es., negli anni 1981-2001 si sono riscontrati 80 decessi invece dei 70 attesi .

Neoplasie polmonari
Per quanto attiene le neoplasie polmonari il rischio rappresentato dall’inquinamento ambientale è ormai fuori dubbio; esso risulta in particolare correlato all’esposizione a metalli pesanti ed al particolato ultrafine: per quest’ultimo si calcola che per ogni incremento di 10 microgrammi/m3 si abbia un incremento del 14% di mortalità per cancro al polmone (39-40). Per quanto attiene il Rischio Relativo di mortalità per neoplasie polmonari in persone residenti in prossimità di impianti o in personale addetto, esso è risultato variabile da 2 a 6.7 ( 41- 42).

Neoplasie Infantili
Le neoplasie infantili sono, fortunatamente, patologie relativamente rare, di cui tuttavia si sta registrando un costante aumento che non può non destare allarme: secondo i dati riportati su Lancet infatti i tumori infantili sono aumentati in Europa negli ultimi trenta anni di circa l’1.2% /per anno da 0 a 12 anni e dell’ 1.5% dai 12 ai 19 anni (43).
Numerosi fattori sono stati invocati per spiegare questi dati epidemiologici, non ultimo che si tratti di aumenti “fittizi”, legati alle migliori capacità diagnostiche della Medicina. Tali osservazioni sono state oggetto di vivaci disquisizioni scientifiche (44-45), ma, di fatto, l’aumento delle neoplasie infantili è un dato ormai universalmente riconosciuto ed attribuibile, verosimilmente, alla sempre maggior presenza nell’ambiente di agenti tossici ed inquinanti.
Gli studi epidemiologici condotti in Gran Bretagna dal Prof E.G. Knox sulle neoplasie infantili in quel paese sono, a questo riguardo, di particolare interesse; in prossimità di impianti di incenerimento segnalano un aumento di mortalità per neoplasie infantili con RR variabile da 2 a 2,2 ( 46-47-48). Del tutto recentemente questo ricercatore ha confermato (49) che le neoplasie insorte nell’infanzia sono correlate con esposizione a cancerogeni atmosferici noti quali quelli provenienti da combustioni industriali, Composti Organici Volatili (VOCs), composti esausti del petrolio e da altri agenti quali 1-3 butadiene, diossine e benzopirene. Il rischio è risultato statisticamente significativo per i bambini con indirizzo alla nascita entro 1 km dalla fonte di emissione.

Sarcomi dei Tessuti Molli
Da numerose segnalazioni proprio i sarcomi vengono ritenuti patologie “sentinella” del multiforme inquinamento prodotto da impianti di incenerimento e sono stati correlati in particolare all’esposizione a diossine. Fra questi ricordiamo l’indagine condotta a Besancòn (Francia) in prossimità di un impianto con emissione di elevati livelli di diossine, che ha riscontrato un aumento di rischio di incidenza di sarcomi del +44% (50) e lo studio condotto a Mantova, in prossimità di un inceneritore per rifiuti industriali che ha evidenziato un Odds Ratio, di incidenza di sarcoma dei tessuti molli nei residenti entro 2 km dall’ impianto pari a 31.4 (51)
Di grandissimo interesse risulta poi il recente studio (52) sui sarcomi in provincia di Venezia che ha dimostrato un rischio di sviluppare la malattia 3.3 volte più alto fra i soggetti con più lungo periodo e più alto livello di esposizione ed ha evidenziato jnoltre come il massimo rischio sia correlato, in ordine decrescente, alle emissioni provenienti rispettivamente da rifiuti urbani, ospedalieri ed industriali.

Dati di Forlì: cosa risulta dallo studio Enhance Health
Del tutto recentemente (marzo 2007) è stato presentato a Forlì lo studio Enhance Health, reperibile sul web nel sito di un consigliere comunale (53). Si tratta di uno studio, finanziato dalla Comunità Europea, i cui obiettivi erano:
dare una visione globale del possibile impatto sulla salute in aree ove sono ubicati inceneritori attraverso studi pilota sintetizzare i risultati dei 3 studi pilota condotti nelle vicinanze di inceneritori in Ungheria, Italia, Polonia ( di quest’ultimo non vengono forniti dati in quanto l’ impianto non è ancora attivo)
fornire spunti valutativi per l’implementazione di un sistema di sorveglianza integrato (ambientale e sanitario) i cui elementi fondanti vengono individuati in: monitoraggio dello stato di salute con dati di mortalità e morbilità e monitoraggio dell’inquinamento dell’aria.
Nel Report finale sono disponibili i dati relativi alle indagini effettuate in Ungheria ed in Italia e in entrambe, a nostro avviso, non mancano elementi di preoccupazione. Purtroppo le metodologie usate nei due paesi sono state diverse e questo rende i risultati non confrontabili fra loro (in palese contraddizione con le premesse, che letteralmente recitano “il Partner Ungherese, il Partner Polacco, l’ARPA e l’AUSL per l’Italia, hanno condotto l’attività di sperimentazione assicurando la comparabilità dei risultati al fine di garantire la “trasferibilità” nonché correttezza scientifica del progetto”).

Ungheria: Dorog
Per quanto attiene l’ Ungheria, l’indagine è stata condotta a Dorog - ove è presente un inceneritore per rifiuti tossici che dal 1980 al 1996 ha trattato 30.000 ton/anno. E’ stato valutato lo stato di salute della popolazione residente entro 30 km dall’ impianto attraverso l’analisi di dati di mortalità e morbidità. Le analisi sono state condotte per anelli concentrici di 5 km rispetto all’impianto, aggiustate per sesso ed età sia per la mortalità che per la morbilità e confrontate con i dati nazionali.
Per quanto riguarda la mortalità sono state analizzate le seguenti cause:
Tutte le cause, tutti i tumori, cancro al polmone, leucemie, cancro al colon-retto, malattie cerebrovascolari, malattie respiratorie croniche, malattie ischemiche cardiache.

I risultati sono:
nel sesso maschile si registrano i seguenti aumenti statisticamente significativi di SMR (standardized mortality ratio): +38% per cancro al colon-retto, +65% per eventi cardiaci, +35% per eventi cerebro-vascolari, +42% per malattie polmonari croniche.
nel sesso femminile si registra un aumento statisticamente significativo di SMR del +49% per eventi cerebrovascolari.
Particolarmente significativa è anche la mortalità per patologie polmonari croniche in funzione della distanza, in cui è evidente il progressivo incremento fino a 15 km dall’ impianto.
Per quanto riguarda la morbilità infantile, in particolare, si registra un incremento di problemi delle alte e basse vie respiratorie, di bronchiti e polmoniti sia in funzione dei livelli di PM 10 che di monossido di carbonio.

Italia: Forlì
Ancor più interessanti sono tuttavia i dati che emergono dallo studio di Forli, ove sono attivi due impianti: uno per rifiuti ospedalieri ed uno per RSU. L’indagine è stata condotta con metodo Informativo Geografico (GIS) ed ha riguardato l’esposizione a metalli pesanti (stimata con un modello matematico) della popolazione residente per almeno 5 anni entro un’area di raggio di 3.5 km dagli impianti. Sono stati analizzati dati di mortalità (per tutte le cause e per singole cause, per tutti i tumori e per singole neoplasie), di incidenza per i tumori ed i ricoveri ospedalieri per singole cause. Il confronto è stato fatto prendendo come popolazione di riferimento quella esposta al minor livello stimato di ricaduta di metalli pesanti.

Per il sesso maschile non emergono differenze per quanto attiene la mortalità complessiva e la mortalità per tutti i tumori, ad eccezione del cancro a colon retto (come già a Dorog) e prostata, che presentano entrambi un RR statisticamente significativo pari a 2.07 nel terzo livello di esposizione. Si fa notare comunque che gli stessi estensori, nella Discussione dei Risultati, letteralmente affermano: “l’analisi dei ricoveri ospedalieri mostra un aumento nella frequenza di angina, BPCO e asma negli uomini residenti nell’area più vicina agli impianti”

Per il sesso femminile i risultati che emergono sono invece, a nostro avviso, particolarmente inquietanti. Si registrano infatti eccessi statisticamente significativi sia nella mortalità complessiva che nella mortalità per tumori. Nello specifico risulta nelle donne un aumento del rischio di morte per tutte le cause, correlato alla esposizione a metalli pesanti, tra il +7% e il +17%.
La mortalità per tutti tumori aumenta nella medesima popolazione in modo coerente con l’aumento dell’esposizione dal +17% al +54%. In particolare per il cancro del colon-retto il rischio è compreso tra il + 32% e il +147%, per lo stomaco tra il +75% e il +188%, per il cancro della mammella tra il + 10% ed il +116%.
Questa stima appare particolarmente drammatica perché si basa su un ampio numero di casi (358 decessi per cancro tra le donne esposte e 166 tra le “non” esposte) osservati solo nel periodo 1990-2003 e solo tra le donne residenti per almeno 5 anni nell’area inquinata.

Tali risultati potrebbero essere ancora di ancora maggior rilievo, qualora la popolazione di riferimento fosse realmente non esposta: infatti il livello minimo di esposizione preso come riferimento corrisponde ad una ricaduta stimata dei metalli pesanti compresa tra 0,61 e 1.9 ng/m3, valore certo non nullo né trascurabile.
Davvero singolari appaiono pertanto le conclusioni dell’indagine in cui letteralmente si afferma “lo studio epidemiologico dell’area di CF nell’analisi dell’intera coorte per livelli di esposizione ambientale potenzialmente attribuibili agli impianti di incenerimento (tracciante metalli pesanti) con aggiustamento per livello socio-economico della popolazione, non mostra eccessi di mortalità generale e di incidenza di tutti i tumori.” Aggregando insieme il sesso maschile (in cui non si registrano eccessi) ed il sesso femminile si ottiene una “diluizione” dei risultati emersi e una sottostima di quelle che sono le reali condizioni di salute della popolazione esaminata. Le nostre preoccupazioni sembrano tuttavia, almeno in parte, condivise dagli stessi estensori del Report che più oltre affermano: “Tuttavia, analizzando le singole cause, sono stati riscontrati alcuni eccessi di mortalità e incidenza da considerare con maggior attenzione. Infatti è stato riscontrato nelle donne un eccesso di mortalità per tumori dello stomaco, colon retto mammella e tutti i tumori”.

Per i sarcomi possono farsi analoghe considerazioni. Anche in questo caso emergono - a nostro avviso - dati inquietanti: sono infatti elencati nella tabella riassuntiva n° 6 ben 18 casi di sarcoma, di cui si perde in qualche modo traccia nelle tabelle generali, in cui sono disaggregati per sesso. Trattandosi di patologie rare, disaggregando per sesso si perde di significatività, con l’ effetto di togliere rilievo ad un dato altrimenti particolarmente significativo in quanto riferito a una patologia “sentinella” dell’inquinamento da inceneritori. Anche in questo caso, tuttavia, gli stessi estensori dello studio non possono fare a meno di annotare nella discussione (pag. 42) che “gli eccessi di mortalità per sarcoma dei tessuti molli sono degni di nota affermando, a pag. 39, che, “si osserva un aumento statisticamente significativo della mortalità nel livello più elevato di metalli pesanti ( RR = 10.97, IC 95%=1.14-105.7, 3 casi) per la coorte di tutti i residenti”.

Conclusioni
L’impressione che rimane, dopo un’attenta lettura del Report di Enhance Health come di tanta altra letteratura (23), è che le informazioni che di volta in volta potrebbero apparire per lo meno inquietanti, vengano poi immediatamente smentite, attenuate o corrette con intento tranquillizzante: la finalità delle indagini condotte sembrerebbe pertanto non quella di evidenziare i rischi per la salute delle popolazioni esaminate, ma quella di non destare allarme. A nostro avviso, viceversa, i risultati che emergono dallo studio Enhance Health sono fortemente preoccupanti ed in linea con quanto riportato dalla letteratura precedentemente esaminata e soprattutto con l’indagine francese (32) che registra i maggiori danni alla salute proprio nel sesso femminile, che appare essere particolarmente vulnerabile e più sensibile all’ inquinamento ambientale.

Questi dati sono ancora più allarmanti se li si considera alla luce del contesto geografico del nostro territorio. La Romagna è situata nella Pianura Padana, area fra le più inquinate non solo d’Europa ma dell’intero pianeta: si consideri che il comunicato del 10 ottobre 2007 dell’ Agenzia Europea dell’ Ambiente ha stimato una perdita di speranza vita alla nascita variabile dai 9 ai 36 mesi per i livelli di PM 2.5 di origine antropica emesso nel 2000! Nella nostra regione si registra inoltre una delle più alte incidenze di cancro di tutto il paese (54).
Per quanto attiene il sesso maschile la Romagna è al 1° posto per incidenza di cancro nella nostra regione e al 4° posto in Italia dopo Friuli Venezia Giulia, Veneto e Varese. Dai dati del Registro Tumori della Romagna pubblicati e riferiti al quinquennio 1998-2002 risulta infatti una incidenza di 498,2 casi/anno per 100.000 abitanti nel sesso maschile (tutti i tumori escluso cute), contro una incidenza in Italia di 470,3 casi /anno per 100.000 abitanti. Sembra inoltre che da noi non si stia verificando il rallentamento generalmente segnalato nell’incidenza di cancro nel sesso maschile: l’aumento in percentuale nel nostro territorio è infatti del 6,14% rispetto al quinquennio precedente (1992-1997), contro un incremento medio in Italia dell’ 1,4%.

Per quanto riguarda il sesso femminile si registrano dati per certi versi ancora più preoccupanti: l’incidenza di cancro nelle donne è infatti in Emilia Romagna la più alta d’Italia: la Romagna è al 3° posto in Italia dopo Parma e Ferrara per incidenza di cancro nelle donne con 425,2 casi/anno per 100.000 donne (tutti i tumori escluso cute) vs una incidenza in Italia di 398,70 casi/anno e l’incremento percentuale che si è registrato rispetto al quinquennio precedente ( 1992-97) è del 10,50% vs una media in Italia del 4,79%.
I dati sopra esposti vengono spesso attribuiti al buon livello di assistenza sanitaria e di diagnosi precoce (certamente presente e di cui non possiamo che rallegrarci), ma ancora una volta sembra che non si voglia indagare su altre possibili cause, in primis l’assenza di efficaci interventi di Prevenzione Primaria che appaiono indifferibili dato l’elevatissimo grado di inquinamento che ci caratterizza.
Una buona occasione di fare Prevenzione Primaria è a nostro avviso quella di scegliere metodi di gestione dei rifiuti alternativi all’incenerimento, evitando di costruire impianti che emettono pericolosi inquinanti, tra cui anche sostanze classificate come cancerogeni certi per l’uomo. Sotto questo profilo appare moralmente inaccettabile continuare ad esporre le popolazione a rischi assolutamente evitabili.

Tutto quanto sopra ci rammenta e conferma l’amara verità di Irwin Bross: “quando ( ..il governo e la classe dirigente medica e scientifica…) dicono che qualcosa è sicuro e buono per te, ciò che questo significa veramente è che è sicuro o buono per loro. A loro non importa quello che succede a te (…) Se c’è qualcuno che proteggerà la tua vita e sicurezza, quel qualcuno non potrai essere che tu.”




Fonte:
D.ssa Patrizia Gentilizi, oncologa, Associazione del Medici per l'Ambiente, I.S.D.E. Italia

Sete di giustizia

Un rapporto della Banca Mondiale denuncia che Israele lascia ai palestinesi solo un quarto delle risorse idriche

Immaginate una torta, divisa in quattro fette. Alla festa ci sono due invitati: uno ne consuma tre fette, l'altro solo una. Una divisione iniqua. Questo è quello che accade in Israele e Palestina con le risorse idriche. Ai palestinesi tocca un quarto dell'acqua che tocca agli israeliani.

Censore insospettabile. A denunciarlo, questa volta, non è un'organizzazione non governativa o un'associazione di attivisti, ma la Banca Mondiale, in un rapporto diffuso ieri, dal titolo Assessment of Restrictions on Palestinian Water Sector Devolpment. Il primo documento sul tema delle risorse idriche in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza elaborato dall'organismo internazionale delle Nazioni Unite denuncia lo stato delle cose e la ricaduta che lo scarso accesso all'acqua ha sullo sviluppo della comunità palestinese. La Banca Mondiale denuncia come gli accordi di Oslo del 1995, ancora in vigore siano sistematicamente violati rispetto all'accesso alle risorse idriche che, in una situazione di occupazione come quella che i Territori palestinesi conoscono dal 1967, deve essere garantito da Israele. Tutti e tre i settori interessati dagli accordi, l'approvvigionamento, l'uso e il trattamento dell'acqua, sono in crisi per i palestinesi. ''Dal 2000, le restrizioni al movimento e all'accesso dei palestinesi imposte da Israele, hanno reso impossibile l'accesso alle risorse idriche, lo sviluppo delle infrastrutture e le operazioni di manutenzione della rete idrica'', recita il rapporto.

Spreco e ingiustizia. ''Queste restrizioni rendono vani gli investimenti dell'Autorità palestinese e dei donatori internazionali - continua il rapporto - che hanno stanziato risorse per l'implementazione delle rete idrica e per l'ottimizzazione delle scarse risorse''. La situazione finisce per avere gravi ricadute sulla qualità della vita, sullo sviluppo e sulle condizioni socio - sanitarie della popolazione palestinese.
La Banca Mondiale sottolinea come lo stato delle cose fissi il consumo pro capite di acqua degli israeliani in una quota quattro volte superiore a quella dei palestinesi. All'efficiente rete idrica israeliana, l'organismo internazionale paragona la pessima rete della Cisgiordania e l'inesistenste sistema di gestione della acque nella Striscia di Gaza, dove le conseguenze della situazione attuale sulla salute della popolazione civile sono drammatiche.
La Banca Mondiale chiude il suo report con la raccomandazione alla comunità internazionale di prodigarsi per un cambiamento della situazione che permetta di intervenire con rapidità per ottimizzare gli sprechi e per razionalizzare la divisione delle risorse idriche.

Cattiva gestione o furto? Il rapporto, come detto unico nel suo genere per la Banca Mondiale, si limita dunque a fotografare lo stato delle cose, senza appurarne fino in fondo le responsabilità Non cita, infatti, che non è solo la restrizione del movimento dei palestinesi a causare la iniqua distribuzione delle risorse idriche in Palestina, ma una costante 'appropriazione indebita' da parte degli israeliani, in particolare per rifornire di acqua le colonie illegali in Cisgiordania. Per la Banca Mondiale le priorità sono tecniche: creare una gestione comune 'asimmetrica' tra israeliani e palestinesi in base alle rispettive possibilità economiche, allentare le restrizioni al movimento almeno di coloro che sono coinvolti nella gestione dell'acqua, sviluppare infrastrutture che limitino gli sprechi, razionalizzino la distribuzione e favoriscano i controlli sanitari. In fondo basterebbe riconoscere ai palestinesi il diritto all'acqua, con la fine di un'occupazione che si trasforma in un furto di risorse.


fonte: PeaceReporter

CHI CI DIFENDE DAI DIFENSORI ?!?! IL DISORDINE CHE FA COMODO AGLI ORDINI

A cosa servono gli Ordini se non tengono ordine tra i loro iscritti, pretendendo il rispetto delle regole deontologiche?

Era una domanda lecita dopo la scelta dell'Ordine degli Avvocati di non muover foglia contro i neo-colleghi imputati della truffa all'esame di Catanzaro, quando copiarono in 2.295 su 2.301 lo stesso tema.

E legittima dopo la scoperta che l'Ordine dei Medici non si era mai accorto (in venti anni!) che Girolamo Sirchia aveva al Policlinico una segretaria pagata non dall'ospedale ma da un'industria farmaceutica fornitrice.

Ma è una domanda obbligata oggi dopo la lettura di "La zona grigia/Professionisti al servizio della mafia"; edizioni «La Zisa». In cui Nino Amadore, del Sole 24 Ore, ricostruisce le ambiguità e i silenzi dei vari Ordini nei confronti degli associati coinvolti in faccende di mafia, camorra, 'ndrangheta.

Colletti bianchi che, a sentire il presidente di Cassazione Gaetano Nicastro, sono indispensabili ai criminali: «Cosa Nostra gode purtroppo di una vasta rete di fiancheggiatori nell'ambito di una certa borghesia mafiosa, fatta di tecnici, di professionisti, di imprenditori, di esponenti politici e della burocrazia».

Come potrebbero certi padrini potentissimi ma semi- analfabeti investire nell'edilizia in Lussemburgo, nell'acquisto di un pacchetto azionario alle Cayman o nell'acquisto di 12 miliardi di metri cubi di gas dall'azienda ucraina Revne per «un valore di mercato di tre miliardi di euro» senza «un'accorta analisi fatta da gente preparata, che conosce i mercati »?

Come potrebbero appropriarsi degli appalti pubblici senza la complicità di architetti, ingegneri, commercialisti, funzionari regionali e comunali ben decisi a regolarsi sul loro lavoro come le tre scimmiette che non vedono, non sentono, non parlano?

Amadore ricorda, tra gli altri, il caso del tributarista coinvolto nella «operazione Occidente» che vide l'arresto di 46 persone appartenenti in parte al giro di Salvatore Lo Piccolo. «Accusato di aver riciclato il denaro delle 10 famiglie mafiose si è difeso: "Ho solo fatto il mio lavoro di consulente, di certo non vado a chiedere la fedina penale di tutti i miei clienti". » Tema: i suoi «probiviri» non han niente da dire?

Sempre lì torniamo: «quando» un Ordine può intervenire? Nel caso del processo per il riciclaggio del «tesoro » (stima: 150 milioni di euro) di Vito Ciancimino, il libro segnala come i professionisti condannati siano stati due: il tributarista palermitano Gianni Lapis e l'avvocato internazionalista romano Giorgio Ghiron. Cinque anni e 4 mesi a testa. Ma se Lapis è stato subito sospeso dall'Ordine di Palermo, Ghiron risulta, molti mesi dopo la sentenza, ancora al suo posto. O così dice il sito dell'Ordine di Roma. Come mai? Il destino personale dell'uomo, va da sé, non c'entra: se è innocente lo dimostrerà in Appello. Auguri. Ma resta il tema: perché, come sostiene il presidente dell'Ordine dei Medici Annibale Bianco, un Ordine dovrebbe attendere la sentenza in Cassazione per censurare un iscritto? Che ce ne facciamo di una sanzione supplementare se c'è già una sentenza che magari espelle il condannato dalla professione?

Se un Ordine non serve a tenere ordine «al di là» degli iter giudiziari, a cosa serve? A organizzare belle cene in compagnia?



fonte: malagiustizia.eu

G8, un ripensamento da 300 milioni



 Un ripensamento da trecento milioni di euro. La decisione del consiglio dei ministri di spostare il vertice del G8 dalla Maddalena all'Aquila lascia numerosi interrogativi aperti. Il primo è sulla necessità di organizzare in due mesi un vertice mondiale in un'area dove le priorità sono altre: trovare una sistemazione dignitosa a 68 mila sfollati. Il secondo è sulla destinazione delle strutture in fase di completamento nell'arcipelago sardo.
Alcune strutture, come i due hotel destinati a ospitare i capi di stato e le loro delegazioni (132 milioni di euro) potranno trovare forse una destinazione turistica, il centro conferenze da milioni verrà sfruttato per convegni meno blasonati (58 milioni) e le costruzioni sul lungomare (42 milioni) torneranno utili in futuro. Più difficile immaginare un sistema per riciclare il centro stampa da 26 milioni di euro. In un momento di crisi economica profonda, con le casse pubbliche vuote, ha senso archiviare un investimento simile e cercare nuovi fondi per reinventare l'accoglienza dei Grandi in Abruzzo? O non si rischia di mettere in cantiere uno spreco doppio?
Per saperne di più sui lavori in corso alla Maddalena, ecco l'inchiesta... realizzata da Fabrizio Gatti su L'espresso di gennaio.

Scandalo Formato G8

di Fabrizio Gatti
Per il summit dei grandi della terra alla Maddalena lavori da 300 milioni di euro. E l'appalto più ricco va a una società vicina alla moglie del dirigente della Protezione civile che sovrintendeva all'intera opera
 In Italia è tra le più piccole imprese edili e incasserà oltre 117 milioni in nove mesi. Non è la lotteria di Capodanno, ma la montagna di soldi pubblici che l'Anemone Costruzioni di Grottaferrata, alle porte di Roma, riceverà grazie ai lavori per il G8 sull'isola della Maddalena. Luciano Anemone, 54 anni, amministratore unico della società a responsabilità limitata, tra le tante opere sta costruendo il centro congressi che nel luglio 2009 ospiterà il primo grande vertice internazionale con il neopresidente degli Stati Uniti, Barack Obama. Ed è come se gli italiani gli consegnassero 2 euro a testa. Neonati compresi. Un record. Anche perché il signor Anemone, pur dichiarando soltanto 26 dipendenti, si è preso la fetta più grossa della torta da quasi 300 milioni di euro suddivisi tra cinque società. Una spesa da nababbi con l'aria che tira, le famiglie in crisi, la Fiat in gravi difficoltà e l'Alitalia ko. Inutile tentare di sapere perché sia stata scelta proprio la ditta Anemone. I criteri di selezione delle cinque imprese, chiamate senza pubbliche gare d'appalto, così come i progetti, sono coperti dal segreto di Stato: provvedimento imposto da Romano Prodi, confermato da Silvio Berlusconi e affidato con tutte le opere alla Protezione civile e al suo direttore, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Guido Bertolaso.

Questioni di sicurezza, hanno dichiarato. Ma sollevando il velo della riservatezza si incontra ben altro. 'L'espresso' è entrato di nascosto nei cantieri sull'isola della Maddalena. E ha scoperto cosa finora il segreto di Stato ha impedito di vedere. Il sospetto di spese gonfiate. Costi di costruzione da capogiro a più di 3.800 euro al metro quadro. Lavoratori senza contratto. Operai pagati con fondi neri. Le minacce del caporalato (vedi l'articolo a pag. 38). E un curioso legame d'affari tra la famiglia del coordinatore della struttura di missione della Protezione civile, Angelo Balducci, e l'impresa che a fine lavori guadagnerà di più. L'Anemone, appunto.

Non finisce qui. Il secondo grande appalto, 59 milioni per la costruzione dell'albergo che ospiterà i capi di Stato, la Protezione civile lo ha affidato alla Gia.Fi. di Valerio Carducci, 60 anni, cavaliere della Repubblica, l'imprenditore fiorentino coinvolto nell'inchiesta di Luigi De Magistris sulla presunta rete di favori tra malaffare e politica nazionale in Calabria. E anche i criteri di selezione della Gia.Fi. sono coperti da segreto.

Angelo Balducci, ingegnere spesso accanto a Bertolaso, ha fama di uomo da centinaia di milioni di euro. È il braccio operativo nei grandi appalti della Protezione civile. Non solo calamità, soprattutto organizzazione di grandi eventi come il G8. Per anni provveditore ai Lavori pubblici su Lazio e Sardegna, Balducci ha coltivato le amicizie che contano con l'imprenditoria e il Vaticano. Le sue relazioni politiche vanno dal leader della Margherita, Francesco Rutelli, al ministro di An alle Infrastrutture, Altero Matteoli. Il 10 ottobre scorso Matteoli propone al Consiglio dei ministri e ottiene la nomina di Balducci a presidente del Consiglio superiore dei Lavori pubblici. Nei mesi precedenti, dal 19 marzo al 13 giugno 2008, proprio durante il periodo più delicato con la preparazione dei cantieri e il conferimento degli appalti, l'ingegnere è il soggetto attuatore di tutte le opere per il G8, cioè l'uomo dalle mani d'oro: provvede alle procedure necessarie per l'affidamento degli incarichi, alla stipula dei contratti, alla direzione dei lavori e al pagamento degli stati di avanzamento. E come soggetto attuatore si occupa delle imprese della famiglia Anemone.

Balducci è un grande esperto nei contratti assegnati d'urgenza dalla Protezione civile, senza gare d'appalto. Segue per mesi i lavori per i Mondiali di nuoto del 2009 a Roma e per le manifestazioni del centocinquantesimo anniversario della Repubblica da celebrare nel 2011. Venerdì 13 giugno, però, è una pessima giornata. Un'ordinanza di Berlusconi lo rimuove dall'incarico di soggetto attuatore per il G8 e i Mondiali di nuoto. Ai cantieri della Maddalena, Balducci viene sostituito da un ingegnere dello staff, Fabio De Santis. Ma continua a occuparsene con "funzioni di raccordo tra la struttura di missione", cioè la Protezione civile, e i "soggetti coinvolti dagli interventi infrastrutturali". In quell'ordinanza, c'è però un passaggio che farebbe tremare i polsi a qualunque funzionario. Berlusconi dispone che Bertolaso costituisca "una commissione di garanzia composta da tre esperti di riconosciuta competenza e professionalità, anche estranei alla pubblica amministrazione". Una spesa in più per il G8, perché i compensi per gli esperti sono ovviamente a carico dello Stato. Obiettivo della commissione: "Assicurare un'adeguata attività di verifica degli interventi infrastrutturali posti in essere dai soggetti attuatori... in termini di congruità dei relativi atti negoziali".

Qualcosa insomma non va nella contrattazione degli appalti. Ma il segreto di Stato mette tutto a tacere. Così la squadra della Protezione civile in missione in Sardegna può raccontare, senza essere smentita, che Balducci è stato promosso. Anche se per lui, che era già stato presidente del Consiglio superiore dei Lavori pubblici, è un ritorno al passato. Il 31 ottobre tocca a De Santis. Sostituito per decreto, come Balducci. Berlusconi ora nomina un esterno alla pubblica amministrazione, Gian Michele Calvi, professore di ingegneria all'Università di Pavia. Il caso è archiviato.

Eppure non è solo una questione di nomine tra il governo e la Protezione civile. Tutte le ditte per lavorare ai progetti del G8 devono ottenere il nulla osta di segretezza. E il nulla osta dovrebbe essere rilasciato dal ministero dell'Interno soltanto dopo accurate indagini sulla trasparenza delle imprese. Invece troppi particolari sono sfuggiti a chi avrebbe dovuto controllare. Bisogna lasciare la Maddalena, volare a Fiumicino e salire a Grottaferrata, alle porte di Roma. Via 4 novembre 32, nel mezzo di un quartiere di viali alberati, è l'indirizzo dichiarato da Luciano Anemone come sua residenza o come sede legale dell'Anemone Costruzioni. Ed è anche, come ha scoperto 'L'espresso', l'indirizzo di una casa di produzioni cinematografica, la Erretifilm srl. Di chi è? Amministratore unico e proprietaria al 50 per cento è Rosanna Thau, 62 anni, moglie di Angelo Balducci. Venticinquemila euro per costituire la srl della signora Balducci li ha messi però Vanessa Pascucci, 37 anni, amministratore unico e socia a metà di un'altra impresa edile legata alla famiglia Anemone, la Redim 2002 di Grottaferrata. E attraverso la Redim 2002, Vanessa Pascucci è anche socia dell'Arsenale scarl: società costituita apposta per il cantiere nell'ex Arsenale della Maddalena. Così il cerchio si chiude. Protetto dal segreto di Stato, l'appalto più ricco del G8 è finito a società amiche di chi aveva in mano la cassa. Con il suo seguito di domande. A cominciare da questa: chi ha scelto di affidare a Balducci l'incarico più delicato?

I guadagni in gioco sono spaventosi. L'opera su cui è già possibile fare qualche conto è l'albergo che ospiterà i presidenti. Capocommessa del cantiere, la Gia.Fi. di Valerio Carducci. Le poche notizie uscite dagli uffici della Regione Sardegna parlano di 57 mila metri cubi per un costo d'opera salito da 59 a 73 milioni di euro. Considerando un'altezza media delle stanze di 3 metri, sono 19 mila metri quadri coperti. Dunque un costo di costruzione al metro quadro di 3.842 euro, escluso il valore dell'area. Una cifra pazzesca se paragonata al valore di costruzione che per le case di lusso, secondo un capomastro della Maddalena, non supera i 1.200 euro al metro. Polverizzati anche i valori di vendita pubblicati dal sito dell'Agenzia del territorio: un massimo di 3.100 euro al metro quadro per le ville e di 2.000-2.300 per le attività commerciali. Così un ente dello Stato, la Protezione civile, sta finanziando un'opera ignorando le quotazioni pubblicate da un altro ente statale, l'Agenzia del territorio. L'esubero potrebbe essere giustificato con le spese per l'arredamento, il centro benessere e i letti su cui dormiranno Nicolas Sarkozy, Carla Bruni e Angela Merkel. Ma è difficile crederlo. Ammettendo un costo di costruzione molto vantaggioso per le imprese di 2000 euro al metro quadro (38 milioni in totale), per l'arredamento avanzerebbero 35 milioni. Cioè il costo di un altro albergo.

Vergogna

<<>> [il tutto accaduto semplicemente per l’incontro tra il presidente elvetico e quello iraniano; nota mia].

Non partecipano ai lavori della Durban II nemmeno Canada, Olanda, Polonia e altri paesi ancora. Francia e Inghilterra sono pronte a lasciare se si dirà una sola parola di blanda critica a Israele, oggi il paese più razzista che ci sia, macchiatosi recentemente di azioni nettamente sanguinose contro il popolo palestinese. Non bastano quasi 2000 morti nella Striscia di Gaza contro 4 morti israeliani per i razzi Qassam; uccisioni tutte avvenute dopo il lancio dell’attacco israeliano (quindi come risposta).

L’Italia è stata fra i primi paesi a lasciare la conferenza e a condannare la bozza di risoluzione proposta, che nemmeno conteneva accuse specifiche a parte quella dell’apartheid. Una vergogna per questo governo, cui noi non abboniamo proprio nulla, pur non partecipando alle accuse lanciate demenzialmente contro una singola persona: Berlusconi, il Demonio e Male Assoluto (secondo i “rossi di vergogna” di sinistra), mentre il più filosionista di tutti, Fini, è vezzeggiato anche da questa malsana parte politica. Del resto, ci si citi una sola condanna della sinistra nei confronti dell’abbandono della suddetta conferenza; in particolare da parte di quell’accozzaglia di mestatori e guastatori che risponde al nome di Idv (con i suoi alleati grillini). Ci vengano incontro: condannino il Governo per filosionismo e sprezzo dei crimini compiuti da Israele con il pieno sostegno degli Usa di Obama, che non a caso abbandonano anch’essi la conferenza per solidarietà con gli aggressori.

Questa l’autentica vergogna di tutto il mondo occidentale (con la UE sempre accodata agli Usa); lo si pagherà caro in tempi nemmeno troppo lunghi. Non si tratta soltanto di onta morale (comunque di pesantezza eccezionale), ma di autentica stupidità politica; come del resto sempre accade a tutti i servitori sciocchi e senza midollo spinale. Che pena! Questa sarebbe la civiltà che dovremmo difendere ad ogni costo?

Non è più fantascienza, ma il cappellino telepatico è da migliorare: come scrivere con la mente

Adam Wilson è un dottorando in ingegneria biomedica presso la University of Wisconsin-Madison. All'inizio di aprile ha scritto un messaggio su Twitter, il popolare sito di microblogging, usando esclusivamente il pensiero.

Come potete vedere nel video pubblicato presso il sito dell'università, il sistema di scrittura rileva le onde cerebrali emesse nel momento in cui l'utente vede lampeggiare sullo schermo la lettera che desidera digitare.

Può sembrare un sistema poco pratico, ma a parte la sua natura sperimentale, suscettibile quindi di perfezionamenti, per le persone colpite da paralisi totale questo potrebbe essere l'unico modo di comunicare messaggi complessi.

Wilson paragona il suo sistema all'interfaccia dei telefonini per gli SMS. Dover premere un tasto anche quattro volte prima di ottenere la singola lettera desiderata è macchinoso, ma i successo degli SMS indica che gli utenti si abituano presto. Secondo Wilson, gli utenti del suo cappello telepatico arrivano a dieci caratteri al minuto. Resta solo da perfezionare il cappellino di sensori, la cui estetica è al momento un pochino carente.